(Roma)
Che l'impegno nella lotta alla violenza sessuale non possa e non deve
ridursi a una sola giornata, ma si deve tradurre, invece in un concreto
impegno quotidiano da parte di istituzioni, società civile e cittadini,
per abbattere i muri invisibili e terribili della marginalità e della
solitudine in cui molte donne si ritrovano a vivere e che spesso non
hanno il coraggio di denunciare, lo hanno dimostrato le innumerevoli
iniziative messe in campo in tutt’Italia per ricordare la necessità di
eliminare le tante forme di discriminazione e violenza a cui le donne
sono quotidianamente sottoposte in ogni parte del mondo.
Una di queste iniziative che ci piace citare, è
quella che si è tenuta lo scorso 13 novembre nell’Aula Magna della
Facoltà di Lettere dell’Università di Roma Tre, dove è stato
rappresentato
Passi
affrettati.
Testimonianze di donne ancora prigioniere della
discriminazione storica e famigliare,
di
Dacia Maraini
(Compagnia Teatrale: Gabriele Tuccimei, Nino Bernardini, Renata Zamengo,
Annalisa Picconi, Elisabetta Centore).
Nell’aula magna c’era un silenzio assoluto. Buio
e tensione nell’aria. Sul palcoscenico cinque persone vestite di nero
raccontavano le storie di Lhakpa, Aisha, Civita, Juliette, Amina, Teresa
e Viollca. Sono esperienze di dolore e discriminazione, unite dal filo
sottile ma molto resistente della violenza che permea esistenze vicine
in territori lontani. “Una testimonianza, una denuncia, ma anche un atto
di simpatia e di attenzione”, come ha affermato Dacia Maraini, “verso
tutte quelle donne che sono prigioniere di un matrimonio non voluto di
una famiglia violenta, di uno sfruttatore, di una tradizione e di una
discriminazione storica difficile da superare”. I diritti umani vengono
violati in tutto il pianeta, dalla Cina alla Giordania, dalla Nigeria
alla California, fino ad arrivare alla “civilissima” Europa: l’uomo
purtroppo sa essere una bestia ad ogni latitudine. In alcuni passaggi
dello spettacolo la platea trattiene il fiato, in altri sospira, in
altri ancora non riesce a trattenere un brusio di disapprovazione. E’ il
potere della parola che si mette in scena, non ci sono effetti speciali
né gli occhi sono distratti da alcuna scenografia. In questo spettacolo
si ha il coraggio di andare all’essenza, in un mondo che ci bombarda con
le immagini e cerca di depotenziare la capacità naturale dell’uomo di
pensare, si riscopre il valore del linguaggio.
Come si
può rappresentare la violenza? Semplicemente raccontandola
e lasciando allo spettatore la libertà di darle un volto, un nome e
un’anima. A margine dello spettacolo abbiamo sentito Dacia
Maraini, chiedendole:
Un breve accenno sulla scelta stilistica di rappresentare il testo che
predilige l’atto verbale…
Sì, ha detto bene…, è come un oratorio: non abbiamo
voluto né scene né costumi. Gli attori sono tutti vestiti di nero come
un coro, che da importanza prima di tutto alla parola. La parola è
principale, è primaria, ed è una parola che racconta i fatti per quello
che sono. Certamente in questo modo c’è una solennità perché la parola
arriva di più alla gente così che se li facessimo recitare con delle
piccole mosse, con dei mobili o altre scelte stilistiche.
Come è nata la necessità di raccontare queste storie in cui le donne si
scontrano con la violenza dell’uomo? E’nata cinque anni fa, veramente sarebbe dovuta
essere una rappresentazione messa in scena una sola volta e poi invece,
siccome ha trovato un grandissimo successo, ha trovato un pubblico
estremamente attento e partecipe. Così abbiamo continuato a farlo ed è
diventato un successo internazionale.
C’è qualcosa che l’ha colpita in particolar modo nella messa in scena
delle sue parole? Purtroppo i casi di violenza sono talmente
quotidiani, basta aprire il giornale ogni giorno e se ne trovano
diversi. Non c’è, dunque, una cosa che indigna in particolar modo. Sono
tutti episodi di violenza, di abuso e di sopruso che colpiscono con
forza. Certo, le storie che coinvolgono le bambine sono ancora più
toccanti.
Il libro racconta trasversalmente la violenza che è la stessa in realtà,
continenti, società e culture diverse. La trasversalità è un elemento
importante? Sì, purtroppo è così sia nei paesi sottosviluppati
che in quelli sviluppati. L’aspetto comune è la violenza sulla donna.
Sulla trasversalità della violenza dovremmo rifletterci sopra, bisogna
fare una riflessione filosofica, religiosa, etica, da cui non si può
sfuggire.
Un elemento molto toccante dello spettacolo è la storia della bambina
che viene inconsapevolmente portata nel nostro paese per fare la
prostituta. E’ molto attuale e succede spesso anche nel nostro paese.
Perché ha deciso di metterla nel testo?
Perché questa è una storia vera: parla di una
bambina albanese che a 12 anni è stata portata in Italia per farla
prostituire. Mi ha talmente colpita per il suo orrore che l’ho voluta
raccontare. L’orsacchiotto che la bambina porta con sé e stringe forte è
il simbolo della sua infanzia e il fatto che venga buttato violentemente
per terra, sporcato e calpestato indica la volontà altrui di
catapultarla nella violenza del mondo degli adulti. E’una storia che fa
riflettere sul fenomeno della prostituzione che non è più quella di una
volta, fatta da persone adulte e consenzienti, è lo sfruttamento di
schiave vendute e comprate tramite un racket
che toglie loro ogni libertà.
Il suo racconto è un invito alla denuncia dello sfruttamento della
prostituzione?
Sì. Moltissime donne non denunciano perché hanno
paura, perché non credono che possano cambiare le cose, perché molto
spesso c’è un senso di colpa nelle persone che sono maltrattate,
violentate. Quello che si crea è una psicologia della colpa che la
vittima assume sulle sue spalle e spesso non denuncia anche per questo.
Come mai ha deciso di intitolare il libro “Passi affrettati”? Perché da l’idea delle donne che vogliono scappare,
qualche volta non ce la fanno, però hanno questo passo affrettato.
Gli ultimi dati Istat rilevano che la maggior parte delle donne
subiscono violenza tra le mura domestiche ad opera del partner. Lei come
se la spiega questa violenza familiare?
E’ una questione di cultura: se non c’è una cultura
del rispetto, lì dove non si controlla ossia nell’intimità della casa,
se non c’è una coscienza e un vero rispetto dell’altro si finisce ad
abusare dei più deboli.
Che cosa pensa lei della rappresentazione della donna nella nostra
società?
Non ne parliamo, è catastrofica. Quello che si vede
in televisione, nella moda, nella pubblicità è una donna ridotta a pezzo
di carne…
E’ violenza anche quella? E’ violenza, è molta violenza. Purtroppo, poi,
insegna ai ragazzi quel tipo di uso del corpo”.
Ricordiamo che contro la violenza alle donne, una
situazione intollerabile, si susseguono per tutto il mese e oltre
iniziative messe in campo in tante città italiane. A
ROMA,
lo ricordiamo ancora una volta la
manifestazione nazionale
contro la violenza maschile sulle donne
che si terrà Sabato 28 novembre 2009
(ore 14,00 da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni -
http://www.torniamoinpiazza.it)
Contro la violenza maschile sulle donne, per la libertà di scelta
sessuale e di identità di genere. Per la civiltà della relazione tra i
sessi. Per un’informazione libera e non sessista. Contro lo sfruttamento
del corpo delle donne a fini politici ed economici. Per una
responsabilità condivisa di uomini e donne verso bambine/i, anziane/i e
malate/i, nel privato come nel pubblico. Contro ogni forma di
discriminazione e razzismo, per una scuola che educhi alla convivenza
civile tra i sessi e le culture diverse.
(Delt@
Anno VII,
n. 226 - 227 del 27 - 28 Novembre 2009)
Lidia Mancini |