(Roma)
Tra i tanti meriti del progetto
Corpi consapevoli. Mgf e
integrazione nello stato di diritto (vedi notizia sopra), uno in
particolare ci tocca tutte e tutti e dovrebbe farci riflettere: prima di
giudicare quello che succede in un contesto culturale e politico
differente dal nostro, noi occidentali dovremmo sempre prima partire dal
nostro vissuto, da quello che riguarda la nostra cultura, abbandonando
la presunzione di essere le
uniche persone libere. Soprattutto noi donne dovremmo trovare un nuovo
terreno di dialogo tra noi, mettendo a nudo
quelle che sono le nostre resistenze, le
nostre difficoltà. Solo allora
possiamo fare un passo successivo ed entrare in rapporto con donne
portatrici di culture differenti. Conferma
Oria Gargano, presidente di BE free – Cooperativa Sociale contro
Tratta, Violenza e Discriminazioni – partner del progetto, che, dichiara
“ci ha fatto crescere molto questo progetto, abbiamo avuto un
partenariato molto ampio ma credo nelle discussioni comuni nelle quali
spesso non c’era un punto di partenza simile, sono state realizzate
forme di comunicazione profonda ed anche con noi stesse, perché il tema
della Mgf è un tema che comunque ci interroga. Sicuramente quando
parliamo di tratta, di violenza, di discriminazioni, noi che a BE Free
lavoriamo per il contrasto di questi fenomeni da così tanti anni, ci
muoviamo comunque in un campo che conosciamo. Le MGF ci hanno comunque
portate a riflettere su altri aspetti, che sicuramente è bene tenere
dentro di noi. Il documentario realizzato da DonnaTv
nell’ambito del progetto, ci ha dato uno spaccato della
complessità che bisogna assumere quando si parla della pratica, ma poi
nel libro abbiamo visto più che altro il nostro atteggiamento
occidentale rispetto alla stessa, declinato nelle tante sue forme.
Ed è questo il punto da sviluppare, su cui continuare a lavorare,
a riflettere, capire quanto portiamo della nostra abitudine,
dell’egemonia culturale, all’interno di processi che non ci riguardano,
ma che poi ci riguardano. Come? Naturalmente è provocatorio, ma
personalmente aderisco a quello che ha scritto nel libro Federica
Ruggero circa il razzismo, che connota moltissimi nostri interventi.
Nelle interviste realizzate (riproposte integralmente anche in
uno dei due video realizzati), poi, abbiamo potuto toccare con mano con
quanta difficoltà le donne che vengono dai paesi interessati dalla
pratica ne parlano. C’è un
motivo per cui ci percepiscono come intruse, ci vedono aggressive…”.
A riprova di quanto afferma Gargano, d’altra parte
basta guardare a quanto successo nei giorni scorsi. Ci riferiamo alla
vicenda Santanchè, che, con totale mancanza di rispetto per una comunità
che stava festeggiando una ricorrenza importante, ergendosi a paladina
dei diritti delle donne immigrate, nella convinzione di essere dalla
parte delle musulmane si è sentita in dovere di far capire loro che il
velo è una costrizione, e che, insomma, la cultura degli immigrati non
mette al centro i diritti delle donne .
Un modo sbagliato di affrontare la questione, perché
aggressivo e di condanna, poi – afferma Gargano – “non ci meravigliamo
se ci vedono non corrette, e spesso è così, anche contro la nostra
sincera volontà. Con il mio lavoro sono abituata a vedere atteggiamenti
nei confronti delle donne vittime di violenza permeati di buonismo, di
assistenzialismo, e che però sottolineano l’alterità tra “me” che sono
una donna con una magnifica situazione, e l’”altra”, “poveretta”, che
hai il marito cattivo. Un meccanismo che si ripropone anche rispetto al
tema oggetto del nostro progetto”. “Questo è un aspetto. L’altro, è
la riflessione sui corpi.
Una riflessione urgentissima nel movimento delle donne, – sottolinea la
presidente di BE Free – perché io non voglio parlare soltanto del corpo
infibulato, o del corpo con l’escissione. Voglio parlare anche del mio
di corpo, di quello di mia figlia, di quello delle mie amiche. Voglio
che si parli di un corpo che mai come ora è stato decrerebralizzato,
sconvolto, anche con il consenso di molte donne.
E’ questa è la nota dolente. Chiediamoci perché oggi molte
occidentali sentono il bisogno di praticare sul proprio corpo interventi
chirurgici anche in zone intime come l’area genitale? Perché questo
accanimento nell’inseguire questo volere apparire esteticamente
perfette, dove forse non c’è più neanche tanto nesso con la
desiderabilità rispetto al maschile. C’è proprio un problema di identità
e di auto rappresentazione. Sta succedendo qualcosa anche da noi, ed è
per questo che “sinceramente” penso che ci possiamo rapportare a questo
problema delle Mgf in maniera pulita, cercando di capirne la
collocazione nelle culture dei Paesi nei quali vengono praticate, senza
parlare come fanno in tanti/e di “barbarie”. “Finchè continuiamo a
pensare che quelli sono i paesi della barbarie, omettendo di ricordare
che in quelli storicamente a più larga prevalenza della pratica, le
donne hanno acquisito posizioni di preminenza in molti consessi
politici, come è accaduto in Namibia, dove la percentuale di donne
elette nei consigli municipali è del 41%, in Mozambico, nel parlamento è
del 35%, del 30% in quelli
di Burundi, Tanzania, la stessa Namibia, per non parlare del Rwanda,
dove le donne rappresentano il 49% degli eletti… Altro che erigerci a
paladine della democrazia, della libertà delle donne, quelle senza
macchia… Noi una presidente come Ellen
Johnson (Liberia) non l’avremo mai.
Come dimenticare poi donne magnifiche come Berhane Ras – Work, Executive
Director di Inter African Committee, che in occasione della Conferenza
Europea a Bruxelles“Joint action of Member State against Harmful
Traditional Practices, che ha chiesto alle madri immigrate in Europa,
Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda… perché
fanno le mgf alle loro figlie più che nei loro paesi d’origine.
Il perché è presto spiegato: non sentendosi accolte nei paesi
dove vivono e lavorano, sapendo che un giorno rientreranno nel loro
Paese le spingono a rispettare le loro tradizioni, e quindi vogliono che
le loro figlie siano accettate, perché non dimentichiamo che una ragazza
non infibulata, non escissa, in certi villaggi è considerata impura,
viene emarginata, non si sposa, e sappiamo che per molte il matrimonio è
l’unica strada. Fatto quest’ultimo, che non ci possiamo permettere di
criticare, perché da noi lo è stato per molti secoli e tutt’ora lo è in
qualche maniera…”. Uno dei prodotti del progetto è l’opuscolo che,
oltre a contenere le descrizioni sulle Mgf, offre un’esauriente
informazione sulla legislazione italiana in materia, e su quella europea
(Italia, Olanda, Francia, Regno Unito, Austria) ed extra – europea.
In Italia, la legge che vieta le mgf è del 2006. Chiediamo a
Gargano se in questi anni, la legge ha prodotto risultati concreti,
insomma se ha inciso nel portare allo scoperto casi puniti legalmente
come è già successo in Francia o in Olanda (a proposito di quest’ultimo
Paese, dove molti dei casi restano sconosciuti perchè avvengono in
famiglia, senza che nessuno possa sporgere denuncia, si è avuto notizia
in questi giorni che un marocchino arrestato un anno fa e condannato
inizialmente a sei anni per aver inflitto alla figlia gravi mutilazioni,
si è visto ridotto la pena a tre mesi e solo per aver picchiato la
figlia, perché i giudici non hanno ritenuto sufficienti le dichiarazioni
di madre e figlia, considerando inoltre che la pratica non è in uso in
Marocco). “A differenza della Francia – risponde Gargano –
dove è noto soprattutto il caso di
Hawa Gréou, una donna del Mali condannata a cinque anni di
carcere perché nelle banlieux parigine praticava le mgf a molte bambine
(la donna poi, dopo aver riflettuto, nel periodo trascorso in carcere e
soprattutto dopo aver scoperto che il Corano non parla in nessuna parte
delle mgf né le prescrive, pentita
ha scritto il libro
Exciseux), da noi non si hanno notizie di casi simili, che
sicuramente ci saranno, ma le donne che abbiamo conosciuto ci hanno
tutte raccontato che l’intervento sulle bambine lo fanno tutte nei paesi
d’origine, quando tornano e questo avviene ogni cinque o sei anni per
motivi economici, quando la bambina è pronta, anche a pochi mesi e
questo dipende dalla cultura d’appartenenza”. Nel libro una delle intervistate, Thema, racconta di
quando ha sottoposto la figlia maggiore alla pratica nel suo Paese
d’origine, in Burkina Faso, e di come il marito, oggi perfettamente
integrato, con un lavoro stabile, l’abbia rimproverata per questo,
accusandola: Perché? Siamo venuti
qua, qua non ce n’è bisogno. Insomma, gli fa capire, viviamo qui e
magari sposerà uno di qui… come poi è successo. E così Thema non ha
“tagliato” la figlia piccola. Tutto questo per fare un’ultima
riflessione: coinvolgere gli uomini - anche se l’impresa è ardua a dir
poco - sentire la loro, capire se vogliono davvero che le loro future
mogli siano sottoposte alle Mgf.
(Delt@
Anno VII, N 176 del 30 settembre 2009)
MGF. Non chiamatele modificazioni... Tante in questo mese le iniziative
(Roma) Mutilazioni genitali femminili:
un argomento che dopo la Conferenza internazionale sulla violenza contro
le donne alla Farnesina, i primi di settembre (criticata da gran parte
del movimento delle donne, che ha parlato di “mancata analisi dei
rapporti di genere, e di aver impedito che il movimento delle donne
fosse minimamente rappresentato”), ha trovato spazio anche nell’annuale
Assemblea Generale dell’Onu, che si è chiusa una settimana fa, con la
richiesta, da parte dell’Italia, che l’Onu approvi entro un anno una
risoluzione che incida nella direzione dell’eradicazione della pratica,
non solo ancora largamente diffusa soprattutto nei Paesi africani, ma
nella stessa Europa, dove i vari stati, singolarmente, tentano di
osteggiare, combattere, vietare – con scarsi risultati finora – un
fenomeno che è principalmente culturale e che è ormai praticato da anni
nelle comunità immigrate di tutto il mondo, Italia compresa, dove, stima
una recente indagine del Governo, vivrebbero 35mila, tra donne e bambine
che hanno subito una dei 4 tipi di Mgf (1: escissione del prepuzio con o
senza escissione da parte della clitoride o della clitoride intera; 2:
escissione della clitoride con l’escissione parziale o totale delle
piccole labbra; 3. Escissione parziale o completa dei genitali esterni e
cucitura/restringimento dell’apertura vaginale (infibulazione); 4: tutte
le altre operazioni sui genitali inclusi: puntura, foratura, tiraggio
e/o incisione della clitoride e/o delle labbra; cauterizzazione
bruciando la clitoride e il tessuto circostante; incisione della parete
vaginale; raschiamento (taglio detto angurya) o taglio della vagina e
del tessuto circostante (taglio detto gishiri); introduzione di sostanze
corrosive o erbe nella vagina per provocare emorragia o contrazione o
restringimento; ogni altra procedura che può ricadere nella definizione
di MGF già data.
In questo mese di settembre, a cercare di far luce su una pratica
considerata
una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali, e che nel
mondo interessa 140 milioni di donne e bambine (dati OMS), sono stati
organizzati diversi incontri, iniziative, dibattiti, nuove
considerazioni, risultati e pubblicazioni, video ecc, e altre sono in
calendario, come quella prevista per oggi,
Mercoledì 30 settembre,
(dalle 10.00 alle 13.00, in via di Torre Argentina 76), organizzata
dall'associazione radicale Non
c'e' Pace Senza Giustizia, e alla quale sono stat* invitat*
parlamentari, associazioni impegnate nella lotta alle mutilazioni
genitali femminili, medici specializzati nella prevenzione e nella cura
di tale pratica, e persone della società civile.
Obiettivo dell’incontro,
fare il punto sulle misure
politiche, giuridiche e sociali adottate finora per arginare e prevenire
le MGF sia nei Paesi della fascia sub-Sahariana, dove sono praticate,
che nelle comunità immigrate in Italia e nel mondo. Inoltre – come
ricorda Non c’è pace senza giustizia -, nel quadro più ampio della
campagna condotta dall’associazione per i diritti umani fin dal 2001, al
fianco delle attiviste africane, per l'eliminazione delle mutilazioni
genitali femminili, sarà
presentato il progetto in corso che mira a favorire l'adozione e
l'attuazione, nei paesi dell'Africa occidentale, di leggi efficaci per
la messa al bando delle mgf che, afferma l’associazione per i
diritti umani, "devono essere trattate esplicitamente come una
violazione dei diritti umani e come tale devono essere affrontate". Precedentemente a questo incontro, l’associazione
NODI (I nostri diritti-Associazione di donne immigrate) in occasione
della chiusura del
progetto ‘Stop MGF’,
finanziato dal Dipartimento per da lei le Pari Opportunità della
Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha presentato i risultati della
campagna di sensibilizzazione da lei promossa, che ha coinvolto 5
province del Lazio. Questo progetto in 20 mesi ha mappato luoghi
d’incontro e servizi utilizzati dalle comunità straniere a rischio MGF
nel territorio. L’AIDOS,
nel tentativo di avvicinare a culture e tradizioni diverse che affondano
le proprie radici in complesse dinamiche socio-culturali (e tra queste,
appunto, le mutilazioni dei genitali femminili), ha invece proposto (lo
scorso 11 settembre) un evento artistico al Teatro Palladium di Roma con
il convegno 'Mutilazione dei
genitali femminili: imposizione o appartenenza?', e la docu-fiction
'Vite in cammino',
riproponendo inoltre, l’ormai noto 'Moolaade'' che racconta il percorso
di cambiamento verso l'abbandono della pratica in Africa.
Ma
non è facile per chi è cresciuto in un mondo in cui le mutilazioni
genitali femminili fanno parte del’normale' percorso di costruzione
dell'identità' di una donna e di strutturazione delle relazioni tra i
sessi, schierarsi al di fuori della propria cultura d'origine e
abbandonare la pratica, o cercare di aprirsi con chi ha veramente voglia
di capire e di ascoltare, senza giudicare chi non la rifiuta e accetta
consapevolmente. E’ il senso del progetto
Corpi consapevoli: mgf e
integrazione nello stato di diritto,
finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità e
condiviso da un ampio partenariato (ISTISSS onlus, Coop BE Free
– Cooperativa Sociale contro tratta, violenza e discriminazioni, Donna
Tv, Assolei Sportello Donna Onlus, Dipartimento di Filosofia Roma Tre,
Lobby Europea delle donne, Integra, e la nostra agenzia di stampa), che
ha presentato venerdì 25 settembre (a Roma Tre)
i risultati del progetto
(analisi, informazione, sensibilizzazione e produzione di strumenti,
quali una ricerca
(consulente è stata Laura Moschini, dottora di ricerca in Dottrine
politiche e questione femminile) che ha indagato le rappresentazioni
riguardanti le Mgf, rilevandone modelli culturali prevalenti sulla
pratica che organizzano la relazione di convivenza, al fine di costruire
degli indicatori qualitativi che orientino l’azione delle campagne
informative e di sensibilizzazione;
un opuscolo informativo
sulla legislazione italiana e internazionale in materia;
un documentario (realizzato
da Donna Tv) e un libro, le
cui finalità erano quelle di rendere evidente la dimensione di
trasversalità delle problematiche di genere in cui le donne si
raccontino e raccontino le proprie difficoltà e le strategie messe in
atto per superare le difficoltà cui vanno incontro, e infine
un sito fruibile a tutte. Da segnalare, nel capitolo 2 del
volume curato da Alessandra
Forteschi e Oria Gargano (Be free) la parte della ricerca che riguarda
le parole attraverso le quali la stampa quotidiana e i periodici
specializzati affrontano il tema della Mgf.
Ciò che emerge è “il nostro
pesante giudizio di valore su una pratica culturale, evidentemente poco
esplorata, più volte definita barbara, tribale, oscura, primitiva e
incivile. Allo stesso tempo – è la conclusione delle ricercatrici –
coloro che praticano le Mgf sarebbero: carnefici, ignoranti, fanatici,
insensat* e superstizios*, non a caso rigorosamente extra – europei”. Non c’è da meravigliarsi, quindi, della difficoltà a
dialogare con le donne direttamente interessate dalla pratica,
difficoltà riscontrata nelle campagne informative messe in atto finora,
e anche in questo progetto. Perché?
“Perché sono stanche di parlare di loro solo in termini di
vittime (donne che subiscono, sottomesse a una cultura patriarcale,
donne non libere). “Stanche ma anche infastidite – ci spiega Antonella
Petricone (BE free), che ha realizzato le interviste, con Eleonora Selvi,
fondatrice e direttora di DonnaTv - da questo tipo di approccio che
spesso anche non volendo è pregiudizievole, stereotipante, giudicante,
poco corretto e sbagliato, perché non ne indaga le implicazioni
culturali e simboliche, e di conseguenza non permette uno scambio e un
reale momento di confronto con loro”. “Forse – conclude Petricone - lavorandoci un pochino
di più e cercando di conoscere meglio queste donne, entrando nel
quotidiano di una relazione che quindi non significa soltanto ti
intervisto e poi sparisco, forse lì si riescono a trovare dei punti di
incontro. Non si fidano e non capiscono perché noi ci appropriamo di una
lotta che dovrebbe essere la loro, della quale semmai dovremmo essere
noi a essere incluse nei progetti che loro propongono rispetto a un
problema che conoscono bene, rispetto al quale hanno ben presenti quali
siano le strategie da adottare, per questo, nei loro Paesi d’origine o
all’interno delle loro comunità di appartenenza in quelli dove vivono
portano avanti delle lotte quotidiane”. Come non condividere quanto ha ricordato Daniela
Colombo (Aidos), rispetto all’incontro programmato il 25 settembre
scorso a New York sulle mgf: "si
devono muovere i Paesi africani, non l'Italia", che dovrebbe invece
garantire un sostegno finanziario certo ai programmi internazionali … E
invece è noto come il nostro Paese ha ridotto drasticamente i suoi
finanziamenti, per esempio all'Unifem e Unfra, due tra i tanti soggetti
a livello internazionale, che, rispetto alla pratica hanno maturato
alcune buone pratiche nei paesi d’origine. Buone pratiche delle quali si
ha il polso nel volume curato da Gargano e Forteschi (con i contributi
di Federico Fanelli (psicologo), Petricone, Selvi, Federica Ruggero e
Nancy Rizzo (sociologa e psicologa), che elenca ciò che è stato fatto in
Kenya (riti di passaggio alternativi), in Uganda (corsi di formazione
per chi le praticava), i workshop nelle scuole secondarie nel West
Darfur, campagne sui media, il coinvolgimento delle comunità, come in
Uganda, o delle radio locali come in Gambia, solo per citarne alcune. Tante, tante buone pratiche di cui spesso a noi non
arriva neanche l’eco, e che il sito realizzato grazie al progetto (http://www.mutilazionigenitalifemminili.it/),
fruibile a più persone è pronto ad ospitare. Un sito da implementare,
vissuto come un laboratorio on – line dove ognuna/o può dare il proprio
contributo, la propria visione del fenomeno e segnalare tutte le novità
in materia.
(Delt@
Anno VII, N 176 del 30 settembre 2009) |